DOROTHY OZ

La luna sui tacchi di stagnola

Vincitore del Premio Letterario  "Un libro amico per l'inverno" 2020

DOROTHY OZ -  Romanzo - Narrativa Italiana - Patrizia Vittoria Rossi - CdA Edizioni

Sono qui, senza altro da fare... Ho deciso di non mollare.

No, non sarò io il primo a cedere, e non importa per quanto tempo io possa ancora farcela.

CHI

Sono nato nel giorno in cui nostro Signore

s’accorse d'aver creato il caos.

È

Quelli come me sono sfuggiti alla creazione rendendola imperfetta.

DOROTHY OZ?

Fintanto che il mondo non vede non sa e, finché ignora, inventa…

In un alternarsi di tempi strettamente correlati agli eventi di un presente difficile da gestire, e di un passato apparentemente orfano di perdono, Amedeo Monti, sfaccettato protagonista in cerca di un sé nel quale identificarsi, ed essere identificato con certezza, ripercorre le parti salienti della sua esistenza, alla ricerca di una sincronia tra genere anagrafico e pensieri. Dal sogno di un bambino all’amore giovanile, sino al palesarsi di una saggezza adulta che, però, non manca di delinearsi come un acquisito e sofferto saper vivere diversa-mente. La duplicità si affaccia soventemente, nella narrazione, così come la difficoltà di far coesistere la stessa con quella parte o ruolo, se si preferisce, che il protagonista sente di aver ricevuto in dono nello stesso momento in cui il buon Dio creava il caos, senza denunciarne l’origine. Senza trucco, se non quello utile per presentarsi a un pubblico bisognoso di guardare senza vedere, di divertirsi senza interrogarsi, Amedeo Monti porta in scena la vita vera.

Con un’attenta cura nella scelta delle parole, l’autrice delinea, attribuendole ai personaggi in secondo piano, una serie di personalità reali, fragili e fallibili, come solo l’essere umano può rappresentare nella sua meravigliosa unicità e nella difficoltà di dover scegliere, approvare, giudicare…

Da Linda a Turchina, da Francesco a Adamo, con la complicità di una Roma ancora acerba e satura di tradizione, prima ancora che desiderosa di innovazione, Dorothy Oz, regina indiscussa di uno spettacolo esagerato e spesso disobbediente alle regole imposte, muove passi incerti su tacchi di stagnola, che non sempre sapranno sostenere il peso emotivo di chi li calza. Amedeo Monti e Dorothy Oz, nonostante tutto, s’incontreranno ai confini del sentiero dorato; a loro la scelta di proseguire insieme, oppure...

Il gioco nella vita non ha regole.

Non importa il ruolo; si passa per il via una volta sola e durante quel percorso, sino alla parola fine,

c’è il tutto da inventare.

“Chi non ha mai ricevuto una lettera, a parer mio, non ha mai conosciuto la forza dirompente delle parole. 

Ho ricevuto migliaia di lettere, alcune scarne, timorose, altre zeppe di vita che trasudava da ogni lemma. C’erano gli “amici”, quelli mai visti né conosciuti che, però, in poche righe, mi donavano il cuore per intero, spesso chiamandomi al loro fianco per battaglie perse o, ancor peggio, ipotizzate e mai iniziate: il coraggio non si sporca d’inchiostro, non sempre almeno. C’erano i “supponenti”, quelli che con un foglio una penna, si sentivano leoni, già, leoni. Erano quelli più confusi ma anche i più insistenti: loro sono quelli che sanno tutto, giudicano tutto e parlano degli altri, quelli che insultano, minacciano, offendono. Ho risposto anche a loro.

C’erano, poi, i protagonisti, quelli che, con me e come me, cercavano di prendere la vita per la sottana, strattonandola quando sembrava tirar dritto senza curarsi di loro. Che fossimo indietro o avanti, rispetto a lei, eravamo tutti sulla stessa strada… e che ci piacesse o no, dovevamo percorrerla.

Ho ricevuto più di una lettera importante, nel corso della vita. Conosco la forza dirompente delle parole...”

“Quante volte, che lo desiderassi o no, gli uomini mi hanno chiesto di sedermi…"

Questi uomini chiudono le tende per non percepire l’assenza dei passi, in strada e nel cuore. 

Spostano gli affetti e cambiano lavoro, come non riescono a fare con il dolore; sedersi da un’altra parte dell’anima può essere importante. Imbevono i pensieri di note e si sbronzano di ricordi a tempo. Questi uomini, e solo questi, si allenano a morire in ogni passo scalzo.  Generano un’infinità di pensieri nella testa, ma sulla bocca hanno sempre le stesse bugie logore, da anni; questi uomini sanno quanto sia importante correre all’improvviso: che sia “verso di” o “lontano da”.

Ci sono quelli che appendono medaglie al reggicalze, perché onore e coraggio non hanno sesso. Alcuni li fermi per il pizzo di una sottana o di una cravatta, li compri con la promessa di un respiro, li schiacci al muro come fossero insetti.

Altri dimorano lontano, per paura.

Il seme degli uomini è onnipotenza di vita o di morte.

È il gelo degli inverni senza riparo, è la speranza del trasfondere compatibilità come fattore predominante o il terrore di attivare un contagio. Questi uomini si avvizziscono in fretta, se esposti all’intemperie della vita.

Trattengono parole tradotte, moltiplicano le mani e giacciono sotto le stelle. Lasciateli stare, questi uomini!

Nei pensieri di molti, sono fogli sgualciti, sono formule matematiche incomprensibili, sono mappe senza tesoro, sono parrucche cotonate, pantaloni di pelle, tacchi alti e sigarette sporche di rossetto: nei pensieri di molti… di troppi!

di

Patrizia Vittoria Rossi

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Prefazione a cura di: Nicoletta Toselli

(Consulente editoriale. Blogger, Promotrice culturale.)

Conobbi Patrizia Vittoria Rossi circa dodici anni fa; a me piace chiamarla Pat, ma solo nel nostro privato.

Ho sempre sentito nel mio cuore che dal nostro legame sarebbe nato qualcosa di duraturo e infinitamente ricco di emozioni, per questo quando mi giunse da parte sua, con l’umiltà che la contraddistingue, la richiesta di scrivere la prefazione al suo nuovo libro “Dorothy Oz – La luna sui tacchi di stagnola”, non meravigliatevi non è presunzione la mia, questa richiesta non mi colse impreparata. Non ne fui sorpresa; sicuramente provai una sensazione di felicità, ma mi sentii semplicemente molto orgogliosa del fatto che avesse scelto me tra tante persone che la circondano. Sebbene redigere una prefazione non sia un’operazione priva di rischi lessicali o di altri tecnicismi, farlo mi sembrò un prolungamento, “la ciliegina sulla torta”, della nostra amicizia. Perché, cari lettori, in “Dorothy Oz”, nonostante l’abilità della scrittrice, io ho ritrovato un imprinting che conosco bene: quello che ha caratterizzato le nostre risate, spesso più amare del fiele, davanti alle grandi difficoltà della vita e quel silenzio, ricco di comprensione, quando non riuscivamo a trovare le parole giuste per lenire un dolore: quel dolore dell’altra che sentivamo crescere e diventare anche il nostro.

Così, seppur leggendo quella che allora era ancora l’ultima bozza del romanzo, ho rivissuto il desiderio provato in tanti momenti di condivisione, quella voglia disperata di avere fra le mani una spugna per cancellare ogni traccia di angoscia nel cuore di qualcuno che ami. Ho imparato che subire il senso di impotenza, restando inermi, non è una cosa saggia, né produttiva e che, per questo, è importante trasformare i momenti di dolore in fiducia, fiducia incondizionata verso un potenziale innato, sopito ma non sconfitto, che sa esplodere al momento opportuno, generando una girandola di coriandoli variopinti da trattenere per sé, o da lasciare in dono a chi avrà bisogno di colorate certezze.

Dorothy Oz” contiene quel potenziale, oltre al talento che crea valore. Ci sono ancora le lacrime agli occhi, di quando il pianto si trasformava in riso, ma anche tanta speranza che l’amore, e soprattutto il rispetto per noi stessi, per ciò che siamo, pensiamo, proviamo, desideriamo, siano i soli valori che ci salvano davvero, permettendoci così di essere utili, quando dovesse servire e a chi ne avrà necessità: spero che questa considerazione vi appartenga e possa restare incollata a tutte le vostre azioni come un francobollo di un’edizione speciale.

In “Dorothy Oz”, romanzo di questa scrittrice che non è alla sua opera prima, risiede la maturità giovanile e la freschezza di un'autrice che ha ben presente l'utilizzo delle parole non casuali e che, con le stesse, padroneggia nel difficile compito di tagliare a fette la realtà. Talvolta, mentre leggevo l'ho immaginata sorridermi dalle pagine, ironica e sorniona come spesso è. Mi è parso di vederla masticare del cioccolato fondente, il suo preferito, e gustarlo appieno come stavo facendo io con le sue parole, lette con piacere e avidità. Sono certa che debba essersi commossa anche lei nel raccontare con tanta accorata partecipazione la vita di Amedeo, il protagonista principale, avendo la cura e l’accortezza rispettosa di fare spazio anche al personaggio di sua madre, Ida, una donna piccola che diventa adulta nel ruolo di mamma, fra mille difficoltà.

Patrizia Vittoria Rossi, sensibile autrice, ci racconta di un mondo che ancora non tutti conoscono, e che di conseguenza non comprendono, mostrando dello stesso la parte più intima ed emozionale. Ci fa strada verso una storia ricca di verità, alcune delle quali non dette o scomode da dire, che grazie al suo stile e a una buona padronanza di linguaggio, risultano comunque facili da intuire. Con l’accorta sensibilità del muoversi in un negozio di cristalli, il romanzo si snoda partendo da una Roma di qualche tempo fa, ma non troppo, non così distante da averne dimenticato l’eco. Una Roma popolana, come cantava Gabriella Ferri, una città che racconta di stornelli e di cuori affacciati sull’orlo di un sogno o di una manciata di note… anticipando questo, non voglio togliere nulla alla sorpresa del lettore che si addentrerà fra i meandri e le pieghe morbide, e al contempo ruvide, della narrazione. Da oggetto dello sguardo, la metamorfosi di Amedeo diventa un punto di vista, non solo soggettivo per l'osservazione del mondo, ed è un atto d'amore: un amore smisurato per i libri, per la lettura, che questa autrice desidera condividere. Partecipare all’invito sarà come prenderla per mano, guardandola negli occhi e ritrovando negli stessi l’emozione provata nel riporre il romanzo sul comodino, fra le cose più care. Solo chi ha vissuto e sofferto sa raccontare nelle sfumature la fatica di conquistare giorno per giorno la voglia di vivere, così come ha fatto Pat, Patrizia Vittoria Rossi, perché questo è il suo nome… e non lo dimenticherete facilmente.

Lo stile di Patrizia Rossi non è semplice, a seconda del contesto, come un musicista allinea note, lei differenzia in uno stile unico il raccontare gli ambienti e le situazioni o il caratterizzare i personaggi.

L’autrice arriva dritto al punto e mostra le mille sfaccettature dei protagonisti, in una dimensione concreta su cui aleggia sempre la nostra visione senza che siano suggeriti giudizi.

Due panorami così diversi, quelli di Amedeo e Dorothy, allineati e intersecati, che danno al lettore la sensazione di partecipare alle vicende, di esserne rapito e di sentire l’odore di una Roma del passato, allietato da una musica appena accennata che comunque fa da sottofondo.

 

 

Nicoletta Toselli

Consulente editoriale. Blogger.

Libero professionista nel settore delle comunicazioni

 (radiotelevisive e giornalistiche) e del marketing.

Postfazione a cura di

Maria Carmela Miccichè

(Scrittrice e sceneggiatrice)

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C’è chi scrive bene, chi scrive benissimo, chi ama le parole, ogni singola parola, e le ama così tanto che le accompagna con lo sguardo fino a quando non svoltano l’angolo e vanno per il mondo; è questa la sensazione che si ha leggendo, sin dalla prima pagina, Dorothy Oz.

Patrizia Vittoria Rossi ama profondamente ogni singola parola del romanzo. Si potrebbe pensare che la cosa sia insita, del resto ogni autore ama ciò che crea; forse è così, forse perché a volte bisogna sottostare a regole, a tutta una serie di modi per porgere le parole che, poi, dovrebbero portare a un risultato.

In Dorothy Oz, quello che arriva diretto e senza la luce della vetrina, è un amore schietto per le parole che diventano poesia dondolandosi su un lettino dalla gamba zoppa, come quello del protagonista. C’è una Roma che fa da sfondo, la Roma comprensiva e al tempo stesso indifferente, una città dai rumori antichi, ancora umani. C’è una famiglia come tante, con silenzi che potrebbero inghiottire il mondo intero, e poi ci sono le parole che servono per portare, per veicolare sentimenti, paure, ipocrisie, incertezze, confusioni, ma soprattutto amore. Ci sono i personaggi: la nonna, che rimane come la sicurezza di un legame che va oltre il tempo; la madre, sempre e per sempre; il cognato, la società, che in fondo non fa né bene né male ma preferisce guardare altrove se non è costretta a fare diversamente; Francesco, il fascino del vincitore a ogni costo; Adamo, l’amico che tutti vorremmo avere, la saggezza e l’ironia di chi guarda la vita di sguincio; ciascuno a comporre un puzzle che va al di fuori delle pagine che scorrono veloci.

Dorothy Oz è un modo per trasfondere l’amore, dall’autrice al lettore, dal lettore a un mondo che è più facile approcciare con una risata, volutamente grassa, invece che con una complice stretta di mano. Cosa può fare un bambino che cammina con grazia, che ama la vita, ma comprende che deve mascherare il suo amore con le convenzioni?

Il bambino cresce, e diventa un ragazzo, pagando il prezzo delle convenzioni stesse, imparando che la vita è un gioco truccato e affrontando ogni lancio di dadi alternando alla voglia di alzarsi dal tavolo il dovere di restare. Amedeo, il bambino amato e perciò compreso dal silenzio della madre, il giovane ragazzo dal labbro tumefatto, l’uomo dalla doppia vita, resta al tavolo da gioco fino alla fine… e capisce di aver vinto. La vita è spesso un gioco truccato e, a volte, bisogna truccarsi per affrontarla alla pari.

Dorothy Oz, apre il sipario non su uno spettacolo chiassoso e colorato, ma sulla vita e sulle sue complesse regole: mette in luce le fragilità e la voglia o il bisogno di mascherarle, la necessità di comprendere e di comprendersi, senza la quale ogni tipo di amore sarebbe impossibile, il rispetto spesso falsato da atteggiamenti convenientemente corretti, l’animo umano, fragile, complicato, sorprendentemente forte tanto da resistere tutta la vita e anche oltre, chissà…

Maria Carmela Micciché

Scrittrice e Sceneggiatrice

 

Pregherei per ottenere quel perdono che non riesco a concedermi.

Pregherei per ottenere la forza di guardare in faccia la mia faccia. Se al mondo piace chiamarlo peccato, io non ho colpa: che lo chiami pure tale, se mette a posto l’animo. Il mio animo, o ciò che ne resta, grida.

Che sia all’inferno o al paradiso sappi, Signore, che arriverò gridando, calzando ancora la corona di spine, fattami indossare per mortificare i pensieri, griderò per le ferite, per quelle riportate ma più di tutte per quelle inferte.

Griderò per la croce che hai voluto condividere con me; già, la croce che non ha saputo sostenere due condannati...

Se ho peccato l’ho fatto per onorare la vita che mi hai concesso in dono.

Ti pregherei, ma forse tu, Signore, non esisti più di quanto esista io..."

"Vorrei pregarti Signore, se tu ci fossi, vorrei pregarti.

DOROTHY OZ – La luna sui tacchi di stagnola

ISBN: 978-88-944237-8-5

Editore: CdA – A.C. Caffè delle Arti

© copyright 2019 Patrizia Vittoria Rossi - Tutti i diritti riservati

Prima edizione 2019

Grafica di copertina a cura di: CdA Editing – Incipit Group

Finito di stampare: ottobre 2019

Presso “The Factory” s.r.l. - Roma

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Dorothy Oz

La luna sui tacchi di stagnola

 

il nuovo Romanzo di

 

di

Patrizia Vittoria Rossi

Prima edizione 2019

Grafica di copertina a cura di: CdA Editing – Incipit Group

Finito di stampare: ottobre 2019

Presso “The Factory” s.r.l. - Roma

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